Quando raccontare diventa imparare
Una riflessione su Giulio Regeni, la Task Force 45, gli studenti italiani bloccati in Tanzania e il modo in cui la società affronta il tema della sicurezza. Quando raccontare esperienze, errori e professioni diventa uno strumento di apprendimento collettivo e non soltanto di polemica politica.
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Danilo Amelotti
5/30/20267 min leggere


Nel mio abituale scorrere di notizie, articoli e commenti mi sono imbattuto nell'ennesima polemica politica, una di quelle che nascono quasi automaticamente, crescono per qualche giorno alimentate da dichiarazioni, post e prese di posizione, per poi essere rapidamente sostituite dalla polemica successiva. Questa volta il dibattito ruotava attorno ai finanziamenti destinati a due possibili produzioni cinematografiche: da una parte un film dedicato alla Task Force 45, reparto delle Forze Speciali italiane il cui primo comandante fu il Generale Roberto Vannacci, dall'altra un documentario dedicato a Giulio Regeni, il giovane ricercatore italiano sequestrato e ucciso in Egitto nel 2016.
Nel giro di poche ore la discussione si è inevitabilmente trasformata nell'ennesima contrapposizione tra schieramenti. Da una parte chi considera il film sulla Task Force 45 un riconoscimento legittimo per uomini che hanno operato in contesti estremamente complessi, dall'altra chi ritiene che la vicenda di Regeni rappresenti una storia che meriti di essere raccontata e approfondita. Personalmente faccio fatica a comprendere perché una società debba sentirsi costretta a scegliere tra una storia e l'altra. Un film sulla Task Force 45 può insegnare qualcosa. Un documentario su Giulio Regeni può insegnare qualcosa. Un racconto sulla Somalia, sulle operazioni di polizia, su un incidente industriale o su una crisi umanitaria può insegnare qualcosa. Persino le storie che ci mettono a disagio o che non condividiamo possono aiutarci a comprendere meglio la realtà. Il valore di un racconto, almeno a mio avviso, non dovrebbe essere misurato dalla sua utilità politica ma dalla sua capacità di generare comprensione.
Ed è proprio questo che mi ha colpito osservando l'intera vicenda. Non il finanziamento in sé, non il dibattito tra destra e sinistra e nemmeno la prevedibile trasformazione dell'argomento in una battaglia ideologica. Ciò che mi ha colpito è la facilità con cui riusciamo a trasformare qualsiasi tema legato alla sicurezza, al rischio, alle istituzioni o alla gestione delle crisi in un confronto politico, perdendo completamente di vista ciò che quelle storie potrebbero insegnarci.
Oltre la polemica
A prima vista le vicende di Giulio Regeni e della Task Force 45 sembrano appartenere a mondi completamente differenti. Da una parte troviamo un giovane ricercatore universitario, dall'altra uomini addestrati per operare in alcuni degli ambienti più complessi del pianeta. Da una parte un civile, dall'altra professionisti della sicurezza. Da una parte una vittima, dall'altra persone che professionalmente studiano, gestiscono e affrontano il rischio. Eppure, più riflettevo su questa apparente distanza, più mi rendevo conto che entrambe le storie condividono una caratteristica sorprendentemente simile.
Entrambe entrano nella percezione pubblica soltanto quando accade qualcosa di straordinario. Nel caso di Regeni è stata una tragedia che ha scosso l'opinione pubblica italiana e aperto anni di dibattiti diplomatici e politici. Nel caso della Task Force 45 è una polemica che riguarda il modo in cui decidiamo di raccontare il lavoro svolto da determinati professionisti. In entrambi i casi, tuttavia, il pubblico viene esposto quasi esclusivamente al risultato finale, all'epilogo della storia, mentre ciò che ha preceduto quell'epilogo rimane spesso invisibile.
Discutiamo la morte di Regeni, ma molto meno di ciò che significa preparare una persona ad operare in un ambiente caratterizzato da forte controllo statale, instabilità politica e rischi non immediatamente percepibili. Discutiamo della Task Force 45, ma molto meno delle competenze, della preparazione, delle procedure, delle lezioni apprese e delle responsabilità che accompagnano chi opera professionalmente nel mondo della sicurezza. In altre parole vediamo l'evento finale, la conseguenza, il momento che genera attenzione mediatica, ma raramente osserviamo il processo che lo ha preceduto.
Ed è proprio in questo spazio vuoto che, a mio avviso, si nasconde il vero problema.
Quando la sicurezza diventa una notizia
Dopo la morte di Giulio Regeni abbiamo discusso per anni di intelligence, rapporti internazionali, diritti umani e responsabilità politiche. Discussioni legittime, necessarie e in molti casi doverose. Molto meno abbiamo discusso di una domanda apparentemente più semplice ma forse altrettanto importante: quale preparazione dovrebbe ricevere una persona prima di essere inviata per lavoro, per ricerca o per studio in un ambiente caratterizzato da tensioni politiche, instabilità sociale, controllo governativo o rischi elevati?
La stessa domanda mi è tornata in mente leggendo, qualche tempo fa, la notizia di alcuni studenti italiani rimasti coinvolti indirettamente nei disordini seguiti alle elezioni in Tanzania. Naturalmente non si tratta di situazioni paragonabili, né per gravità né per conseguenze, ma il meccanismo mentale che si attiva ogni volta sembra essere sorprendentemente simile. L'attenzione si concentra immediatamente sul momento dell'emergenza, sulle rassicurazioni, sugli aggiornamenti, sulle dichiarazioni che spiegano che la situazione è monitorata e che gli studenti stanno bene, mentre molto più raramente ci si interroga su ciò che è accaduto prima della partenza, sulle valutazioni effettuate, sugli scenari presi in considerazione e sul livello di preparazione richiesto a chi avrebbe dovuto operare in quel contesto.
Non sono domande polemiche. Sono domande normali. O almeno dovrebbero esserlo. Perché sembra quasi che la nostra attenzione verso la sicurezza debba iniziare soltanto nel momento in cui la sicurezza smette di funzionare, quando invece la sicurezza efficace è proprio quella che agisce molto prima dell'emergenza, molto prima del problema e molto prima che il rischio si trasformi in una notizia.
Da anni esistono standard, procedure, metodologie e percorsi formativi pensati per preparare persone destinate ad operare in ambienti complessi. Eppure la preparazione continua troppo spesso ad essere considerata un'opzione anziché una condizione necessaria. Abbiamo costruito un sistema nel quale talvolta appare più importante dimostrare l'esistenza di una procedura che verificare se le persone siano realmente preparate ad affrontare ciò che quella procedura dovrebbe gestire. Le certificazioni esistono, le policy esistono e le linee guida esistono, ma la realtà continua ostinatamente a non leggere i documenti.
Le professioni che stiamo rendendo invisibili
Parallelamente, mentre discutiamo sempre meno della preparazione necessaria per affrontare il rischio, stiamo raccontando sempre meno anche coloro che del rischio hanno fatto una professione. È un fenomeno curioso perché viviamo in una società che beneficia quotidianamente del lavoro svolto da militari, poliziotti, soccorritori, operatori della sicurezza, analisti, professionisti della gestione delle emergenze e di molte altre figure che operano quasi sempre lontano dai riflettori, eppure raramente ci soffermiamo a comprendere cosa facciano realmente, quali competenze abbiano sviluppato e quali lezioni abbiano appreso nel corso della loro esperienza.
Quando queste storie emergono, spesso accade qualcosa di altrettanto particolare. Il professionista scompare e al suo posto compaiono figure molto più semplici da comprendere e da utilizzare nel dibattito pubblico. Nascono così l'eroe, il cattivo, il santo, il violento, categorie che possono essere estremamente utili per costruire consenso, alimentare polemiche o rafforzare determinate narrazioni, ma che raramente aiutano a comprendere ciò che è realmente accaduto e, soprattutto, ciò che quell'esperienza potrebbe insegnarci.
L'invisibilità non elimina i problemi
E forse è proprio qui che il tema della sicurezza smette di essere soltanto un tema legato alla protezione e diventa qualcosa di molto più ampio. Una società che smette di raccontare determinate professioni, determinati rischi e determinate esperienze non elimina quei fenomeni dalla realtà. Non fa sparire i problemi, non riduce le vulnerabilità e non rende il mondo più sicuro. Semplicemente rende tutto questo invisibile, con la conseguenza che ciò che non viene più osservato finisce lentamente per non essere più compreso.
L'invisibilità, tuttavia, non è mai una soluzione. I rischi continuano ad esistere anche quando scegliamo di ignorarli. Gli errori continuano a produrre conseguenze anche quando smettiamo di parlarne. Le vulnerabilità continuano ad accompagnarci anche quando non fanno più notizia. La differenza è che, privandoci della comprensione, ci priviamo anche della possibilità di apprendere e proprio l'apprendimento rappresenta uno dei meccanismi fondamentali attraverso i quali individui, organizzazioni e intere società riescono a migliorare nel tempo.
Probabilmente è questa una delle lezioni più importanti che ho appreso lavorando nel mondo della sicurezza. Un errore nascosto non genera sicurezza, non genera tranquillità e non protegge nessuno. Al contrario, tende quasi sempre a produrre errori ancora più grandi perché interrompe quel processo attraverso il quale l'esperienza si trasforma in conoscenza e la conoscenza si trasforma in miglioramento.
Gli errori che scegliamo di dimenticare
Naturalmente esistono informazioni che non possono essere divulgate pubblicamente. Esistono attività che richiedono riservatezza, procedure che devono rimanere protette e dettagli che non possono essere condivisi senza compromettere capacità operative o interessi nazionali. Ma riservatezza e rimozione sono due concetti profondamente diversi. Un errore che non può essere raccontato pubblicamente deve comunque essere studiato, discusso, analizzato e compreso all'interno delle organizzazioni competenti, perché l'obiettivo non è individuare un colpevole da esibire davanti all'opinione pubblica, bensì comprendere cosa sia accaduto e come evitare che accada di nuovo.
Quando questo processo viene meno, gli errori non scompaiono. Rimangono semplicemente in attesa di ripresentarsi sotto forme diverse, in contesti differenti e spesso davanti a persone convinte di trovarsi di fronte a qualcosa di completamente nuovo. In realtà, molto spesso, si tratta di problemi già visti, già studiati e talvolta persino già risolti da qualcun altro, ma le cui lezioni sono andate perdute insieme alla memoria delle esperienze che le avevano generate.
Una società che smette di imparare
Forse è proprio questo il filo invisibile che collega vicende apparentemente lontanissime tra loro come quelle di Giulio Regeni, degli studenti italiani rimasti coinvolti nei disordini successivi alle elezioni in Tanzania, della Task Force 45 o di molte altre storie che periodicamente entrano nel dibattito pubblico. Non la politica, non le ideologie e nemmeno le polemiche che inevitabilmente si sviluppano attorno a esse. Ciò che le accomuna è la possibilità di insegnarci qualcosa, di aiutarci a comprendere meglio il rischio, la preparazione, gli errori e il modo in cui le organizzazioni e gli individui cercano di affrontarli.
Per questo motivo continuo a pensare che il vero problema non sia decidere quale storia meriti di essere raccontata e quale no. Il vero problema è capire se siamo ancora capaci di utilizzare quelle storie per apprendere qualcosa. Perché una società che non racconta i propri errori e non racconta chi gestisce il rischio non sta rinunciando soltanto a una parte della propria memoria. Sta rinunciando alla propria capacità di apprendere e una società che rinuncia ad apprendere non elimina i propri errori, ma li condanna semplicemente a ripetersi.
Forse allora la domanda da porci non è quale storia meriti di essere raccontata.
La domanda è un'altra: quali errori stiamo condannando a ripetersi scegliendo di non raccontarli?
Fonti e approfondimenti
Caso Giulio Regeni – documentazione e aggiornamenti ufficiali della famiglia Regeni:
Verità per Giulio RegeniInformazioni e cronologia del caso Giulio Regeni presso Amnesty International:
Amnesty International – Caso RegeniAggiornamenti sul processo relativo all'omicidio di Giulio Regeni presso il Tribunale di Roma:
Ministero della GiustiziaNotizie relative agli studenti italiani coinvolti nei disordini successivi alle elezioni in Tanzania:
Prima Brescia – Studenti bloccati in TanzaniaInformazioni ufficiali sui rischi paese e sugli avvisi ai viaggiatori:
Viaggiare SicuriPrincipi di Travel Risk Management e Duty of Care:
ISO 31030 Travel Risk Management GuidelinesInformazioni istituzionali sulle missioni internazionali italiane:
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