La paura è una cattiva insegnante
Per anni abbiamo cercato di insegnare la sicurezza attraverso la paura. Abbiamo mostrato incidenti, sanzioni, conseguenze, responsabilità e scenari peggiori, convinti che la paura fosse il modo migliore per convincere persone e organizzazioni ad adottare comportamenti più sicuri. Ma cosa accade quando la paura prende il posto della comprensione? In questo articolo propongo una riflessione diversa sul modo in cui osserviamo la sicurezza, il rischio, la formazione e la preparazione, partendo da una semplice idea: la paura può ottenere conformità, ma raramente genera comprensione. Forse il problema non è la sicurezza. Forse il problema è il modo in cui abbiamo imparato a guardarla.
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Danilo Amelotti
6/10/20268 min leggere


La paura crea conformità, non comprensione.
Ogni volta che leggiamo un articolo che parla di sicurezza troviamo quasi sempre gli stessi ingredienti. C'è qualcuno che ci spiega quanto sia pericoloso il mondo, qualcun altro che ci ricorda le responsabilità legali, qualcuno che elenca le sanzioni che potrebbero arrivare dopo un incidente e, immancabilmente, una lunga serie di procedure, normative e controlli che dovrebbero proteggerci da tutto questo.
La domanda che dovremmo porci è piuttosto semplice: questo è davvero il modo corretto di parlare di sicurezza oppure stiamo sbagliando qualcosa?
Quando la sicurezza viene raccontata quasi esclusivamente attraverso incidenti, responsabilità, sanzioni e conseguenze, il risultato finale raramente è una maggiore consapevolezza; di contro, molto più spesso otteniamo una maggiore paura, che pur essendo un ottimo acceleratore delle decisioni nel breve periodo, raramente produce comprensione e quasi mai genera una reale accettazione.
Per spiegarlo meglio, proviamo a pensare alla cintura di sicurezza.
Per anni è stata percepita da molte persone come un fastidio, un obbligo, qualcosa che limitava la libertà di movimento e che, tutto sommato, sembrava inutile fino al giorno in cui non fosse accaduto un incidente. Per convincere le persone a utilizzarla sono quindi state realizzate campagne pubblicitarie, documentari, servizi televisivi e spot che mostravano le conseguenze più estreme degli incidenti stradali. Il messaggio era semplice: guarda cosa può succedere se non la usi.
Tutto quello che è stato fatto, dunque, è stato cercare di convincere le persone attraverso la paura delle conseguenze e non attraverso un messaggio che aiutasse realmente a comprendere il valore di quella scelta, facendo capire che la cintura non era un atto di costrizione ma un atto di salvaguardia.
Se analizziamo questo semplice esempio, comune praticamente a tutti noi, iniziamo forse a comprendere perché negli anni questo stesso meccanismo si sia progressivamente esteso a gran parte del mondo della sicurezza. Invece di educare alla sicurezza come elemento normale della vita e del business, abbiamo costruito normative, regolamenti, standard, audit, certificazioni e sistemi di controllo che, seppur abbiano certamente migliorato molti aspetti della nostra società, allo stesso tempo hanno finito per trasmettere un messaggio implicito e, a mio avviso, profondamente sbagliato: la sicurezza è qualcosa che devi fare perché qualcuno te lo impone, perché esiste una norma che te lo richiede, perché esiste una possibile sanzione, una possibile responsabilità o una possibile conseguenza che vuoi evitare.
Non perché ti serve, non perché protegge il valore che stai costruendo e nemmeno perché migliora la qualità delle tue decisioni, bensì perché qualcuno ti ha detto che devi farlo.
Quando la sicurezza diventa un obbligo
E forse è proprio questo il punto sul quale vale la pena fermarsi un momento, perché se continuiamo a osservare il problema da questa prospettiva iniziamo a renderci conto che lo stesso meccanismo è presente praticamente ovunque, anche nel modo in cui aziende e organizzazioni valutano il concetto stesso di sicurezza.
Se un'azienda produce un oggetto, nel costo finale di quel prodotto finiscono l'energia necessaria per realizzarlo, il costo dei macchinari, il costo delle materie prime, il costo del personale, il costo degli immobili, della logistica, dei trasporti e di decine di altre attività che rendono possibile la sua esistenza e, seppur ogni azienda faccia il meglio per ottimizzare costi e risultato, nessuno considera queste voci una tragedia o un problema. Sono semplicemente parte integrante del processo produttivo e come tali vengono contabilizzate, gestite e ottimizzate.
Quando però arriviamo alla sicurezza, cambiamo improvvisamente prospettiva.
La sicurezza smette di essere una componente del valore che stiamo costruendo e diventa una voce separata, una spesa aggiuntiva, qualcosa che compare sul bilancio soltanto perché una legge ci impone di sostenerla o perché qualcuno ci ricorda quali potrebbero essere le conseguenze se decidessimo di ignorarla.
Eppure, se ci fermiamo un attimo a riflettere, il ragionamento appare quasi assurdo.
Immaginiamo un'azienda che produca diecimila chitarre all'anno. Ogni chitarra ha un costo industriale di cento euro e l'azienda decide di investire ventimila euro nella formazione del proprio personale, nella preparazione delle persone, nella loro capacità di lavorare meglio, di prendere decisioni migliori e di operare in un ambiente più sicuro e più efficiente.
La reazione più comune, nonostante il vantaggio che quella scelta comporta, è osservare quei ventimila euro definendoli un costo e non un costo di produzione, nemmeno un costo industriale, bensì un extra, qualcosa che almeno sulla carta potrebbe tranquillamente essere eliminato per aumentare il margine di guadagno.
Ma se osserviamo con attenzione quei ventimila euro, distribuiti su diecimila chitarre, ci accorgiamo che equivalgono a due euro per strumento.
La domanda quindi cambia completamente.
Stiamo davvero parlando di un costo eccessivo oppure stiamo parlando di una componente del prodotto che continuiamo a contabilizzare nel posto sbagliato?
Perché questo è il punto che troppo spesso sfugge: la sicurezza non protegge soltanto dalle conseguenze, bensì contribuisce alla qualità di ciò che stiamo costruendo, alla serenità delle persone, alla continuità delle attività e alla capacità di prendere decisioni corrette quando qualcosa esce dagli schemi previsti.
In altre parole, contribuisce al valore.
Ecco perché è importante che la società, ma anche chi propone e si occupa di sicurezza, cambi prospettiva.
La differenza tra acquistare e comprendere
Nel corso degli anni mi è capitato di osservare situazioni che, almeno sulla carta, avrebbero dovuto rappresentare l'eccellenza della sicurezza. Ricordo una famiglia che aveva investito cifre importanti nella propria abitazione: domotica avanzata, sistemi elettronici di controllo, automazioni, telecamere e una quantità di tecnologia che avrebbe fatto invidia a molte aziende. Eppure, durante l'analisi della struttura, emerse un dettaglio tanto semplice quanto significativo: non esisteva alcun sistema in grado di garantire la continuità energetica in caso di interruzione prolungata della corrente.
In altre parole, gran parte di ciò che era stato acquistato per aumentare comfort e sicurezza dipendeva completamente da una risorsa che, nel momento in cui fosse venuta a mancare, avrebbe trasformato l'intero sistema non solo in poco più di una collezione di oggetti inutilizzabili, ma addirittura in una trappola.
Il problema non era economico.
Il problema era culturale.
La sicurezza era stata interpretata come una lista di prodotti da acquistare e non come un sistema da comprendere.
Quando la sicurezza diventa una competenza
Per anni abbiamo cercato di insegnare la sicurezza mostrando ciò che accade quando manca. Abbiamo mostrato incidenti, danni, problemi, errori e tragedie. Abbiamo cercato di convincere le persone attraverso la paura di ciò che potrebbe accadere.
Ed è forse giunto il momento di iniziare a fare il contrario, ovvero spiegare il valore di ciò che stiamo cercando di proteggere, perché una persona che utilizza una cintura di sicurezza soltanto per paura della multa continuerà a percepirla come un obbligo ed ogni volta che potrà eviterà di utilizzarla, mentre una persona che ne comprende il valore la vedrà invece come una componente naturale del viaggio e la utilizzerà anche quando dovrà semplicemente spostare la macchina di pochi metri.
Lo stesso vale per una casa, per un'azienda, per un viaggio o per una famiglia. Quando comprendiamo il valore di ciò che stiamo costruendo, la sicurezza smette di essere un costo aggiuntivo e diventa una parte integrante di quel valore.
Non installiamo un allarme perché vogliamo vivere nella paura di un furto, non formiamo il personale perché immaginiamo ogni giorno scenari catastrofici, non acquistiamo un airbag perché trascorriamo il nostro tempo pensando agli incidenti; facciamo queste cose perché riconosciamo che esistono elementi della nostra vita che meritano di essere protetti.
È una dinamica che ho osservato molte volte anche nei corsi HEAT, nei programmi dedicati alla Travel Security e nelle attività di preparazione del personale destinato a lavorare all'estero. Prima del corso molte persone percepiscono la sicurezza come una serie di regole, limitazioni e procedure da rispettare, e come un noioso corso da dover depennare dal calendario per poter poi essere impiegati in quella posizione estera o in quell'ambito specifico dove tali corsi sono obbligatori. Ma dopo pochi giorni accade spesso qualcosa di curioso: scoprono che gran parte di ciò che hanno imparato, e che stanno ancora imparando, non serve soltanto in Ucraina, in Africa, in Medio Oriente o durante una missione internazionale.
Quello che stanno imparando, quelle semplici ma efficaci strategie, dinamiche, azioni o nozioni, servono nella vita di tutti i giorni per osservare meglio ciò che ci circonda, per prendere decisioni più consapevoli, per gestire gli imprevisti con maggiore lucidità.
Servono perfino per comprendere meglio il comportamento delle persone.
È in quel momento che la sicurezza smette di essere percepita come un obbligo, un costo, una lezione noiosa da smarcare, e inizia a essere vissuta come una competenza utile.
Dalla paura al valore
Ed è qui che, a mio avviso, si trova la differenza tra una cultura della paura e una cultura della sicurezza.
La prima cerca di convincerti che qualcosa di brutto potrebbe accadere, con il conseguente risultato di percepire la sicurezza come una cosa costosa, scomoda, parzialmente inutile e sicuramente difficile da digerire; la seconda invece ti aiuta a comprendere il valore di ciò che possiedi, di ciò che costruisci e delle persone che hai accanto.
Sotto questa nuova e più pragmatica ottica, quando una famiglia pianifica la propria casa, quando un'azienda forma il proprio personale, quando una persona si prepara a un viaggio o quando un'organizzazione investe nella preparazione delle proprie persone, non lo farebbe più perché teme una multa, una responsabilità o una tragedia, bensì per la stessa ragione per cui si copre quando fa freddo, cerca l'ombra quando il sole è troppo forte o rallenta quando la strada è ghiacciata.
Non perché qualcuno glielo impone, non perché teme una sanzione, ma perché è naturale ed è soprattutto utile.
E sono convinto che molte organizzazioni, osservando la sicurezza da questa prospettiva, finirebbero non soltanto per costruire sistemi più efficaci, ma probabilmente anche per utilizzare meglio le proprie risorse, perché una realtà composta da persone realmente preparate, consapevoli e capaci di prendere decisioni corrette vale spesso molto più di centinaia di pagine di procedure che nessuno leggerà mai fino in fondo.
In fondo accade già in molti aspetti della nostra vita quotidiana.
Quando guidiamo un'automobile non ci preoccupiamo del fatto che utilizzare i freni consumerà le pastiglie, i dischi o una parte degli pneumatici. Accettiamo quel consumo come una componente naturale del viaggio perché abbiamo compreso che serve a preservare qualcosa di molto più importante del suo costo.
Nessuno considera le pastiglie dei freni una perdita economica. Nessuno rinuncia a rallentare perché questo comporterà un'usura del veicolo. Abbiamo semplicemente accettato che alcune risorse esistano proprio per essere utilizzate quando servono.
Forse dovremmo iniziare a guardare la sicurezza nello stesso modo.
Non come una spesa straordinaria, o come un obbligo imposto dall'esterno, o ancora peggio come una tassa da pagare per evitare una sanzione, bensì come una componente naturale della vita, del lavoro, delle aziende e delle persone che stiamo cercando di proteggere.
Perché il mondo è pieno di imprevisti. Non è una questione di pessimismo, ma di realismo: per quanto possiamo pianificare, organizzare e controllare, esisterà sempre una parte della realtà che sfuggirà alle nostre previsioni. Una tegola può cadere da un tetto, una gomma può scoppiare durante un viaggio, un guasto può interrompere una produzione, un evento inatteso può modificare completamente una situazione che sembrava sotto controllo.
Non serve immaginare scenari apocalittici per riconoscere che l'imprevisto fa parte della vita.
La differenza non sta quindi nell'eliminare ogni rischio, perché sarebbe impossibile, ma nel modo in cui decidiamo di convivere con esso.
Ed ecco la vera destinazione di tutto questo ragionamento.
La sicurezza non è una spesa e, a ben vedere, non è nemmeno un investimento.
L'investimento è semplicemente il percorso che ci porta a comprenderne il valore.
La vera destinazione è un'altra: arrivare al punto in cui la sicurezza smette di essere qualcosa che facciamo perché obbligati e diventa qualcosa che facciamo perché ci appare naturale, esattamente come rallentare su una strada ghiacciata, come utilizzare i freni senza preoccuparsi del loro consumo, o come proteggerci dal freddo o dal sole.
Il giorno in cui smetteremo di considerarla un obbligo e inizieremo a considerarla una componente normale del valore che vogliamo preservare, probabilmente avremo fatto il più grande passo avanti che qualsiasi legge, audit, certificazione o campagna basata sulla paura avrebbe mai potuto ottenere.
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