La parte più pericolosa del viaggio potrebbe iniziare dopo il ritorno

Una vacanza può finire quando l'aereo atterra, ma alcuni rischi possono continuare a manifestarsi giorni o settimane dopo il ritorno. Attraverso una storia reale, un caso recente e l'esperienza maturata nel mondo della Travel Security, questo articolo esplora l'importanza della preparazione sanitaria, della consapevolezza del rischio e della capacità di riconoscere i segnali giusti prima che un problema diventi una crisi.

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Danilo Amelotti

6/3/20268 min leggere

Traveler reviewing travel documents and map connected to potential health risks after returning home.
Traveler reviewing travel documents and map connected to potential health risks after returning home.

Quando la vacanza è già finita

Questa potrebbe essere la storia di tutti.

La classica storia che inizia con il rientro dalle vacanze, quando si guarda l'orologio con un misto di fastidio e rassegnazione pensando che le ferie siano durate troppo poco e che da domani si torni alla vita normale. Il lavoro, gli impegni, le mail accumulate, le telefonate rimaste in sospeso e tutte quelle cose che, fino a pochi giorni prima, sembravano lontanissime mentre si osservava il mare da una spiaggia o si camminava in qualche città che avevamo sempre desiderato visitare.

Immagino che per molte delle persone coinvolte nella storia che sto per raccontare nulla di ciò che è successo sarebbe mai sembrato realistico. Anzi, probabilmente avrebbero guardato con una certa diffidenza qualcuno che si fosse presentato davanti a loro sostenendo che un Travel Security Training potesse avere una qualche utilità persino per un semplice turista in vacanza.

Dopotutto quando si parla di Travel Security la mente corre quasi sempre altrove. Va verso i sequestri, il terrorismo, le aree di crisi, i conflitti, le rapine, le aggressioni, le manifestazioni violente o tutte quelle immagini che da anni riempiono notiziari, film e briefing aziendali.

Non certo verso una vacanza al mare.

Le valigie erano probabilmente già finite sopra un armadio o in fondo a una cantina. Le fotografie erano già state pubblicate sui social. Gli amici avranno chiesto come fosse andata e le risposte saranno state più o meno quelle che tutti conosciamo: il mare stupendo, il sole, l'hotel, il cibo, quell'escursione che da sola valeva il prezzo del viaggio o magari quel tramonto fotografato decine di volte per riuscire a catturarne almeno una parte.

Insomma, tutto ciò che normalmente accade quando si torna da due settimane trascorse in uno di quei luoghi che oggi vediamo comparire continuamente nelle pubblicità online, nelle fotografie patinate dei resort o nei racconti dei cosiddetti content creator, dove ogni immagine sembra suggerire che esista da qualche parte una versione perfetta della vacanza.

Per questo motivo un video visto ieri su Facebook ha attirato la mia attenzione molto più di quanto probabilmente avrebbe fatto con la maggior parte delle persone.

Parlava di alcuni turisti britannici rientrati da una vacanza a Capo Verde. Alcuni di loro avevano iniziato a manifestare sintomi gastrointestinali durante il soggiorno, altri dopo il ritorno. In seguito sono deceduti. Le indagini sono ancora in corso e non spetta certo a questo articolo stabilire responsabilità o conclusioni definitive. I risultati preliminari delle verifiche effettuate dalle autorità locali hanno comunque evidenziato tracce di contaminazione da Shigella in alcuni campioni di acqua utilizzata per il lavaggio degli alimenti, ma a dire il vero non è stato nemmeno questo l'elemento che ha catturato maggiormente la mia attenzione.

Ciò che mi ha colpito è stato altro.

Infatti, da quanto emerso inizialmente, nessuno aveva collegato quei decessi a quella vacanza, perlomeno non fino a quando non si sono resi conto che non si trattava di un singolo caso isolato, ma di più persone accomunate da un dettaglio apparentemente secondario: erano state tutte nello stesso luogo, nello stesso periodo di tempo.

E a quel punto mi è venuta in mente una domanda piuttosto semplice.

Se quelle morti non fossero avvenute a distanza ravvicinata l'una dall'altra, qualcuno avrebbe mai collegato quei casi a quella vacanza? Oppure sarebbero stati archiviati come eventi separati, indipendenti e perciò completamente scollegati tra loro?

Perché in fondo quelle persone erano già tornate a casa.

La vacanza era finita, la vita era ripresa e nella nostra mente, quando qualcosa finisce, tendiamo automaticamente a chiudere anche tutto ciò che gli ruota attorno. Mi immagino le classiche frasi: "Ma figurati se..." oppure "Non ci credo..."

Eppure è proprio lì che si nasconde una delle lezioni più interessanti di questa storia.

Quando pensiamo a un viaggio immaginiamo quasi sempre un evento con un inizio e una fine ben definiti. C'è la preparazione, c'è il viaggio e poi c'è il ritorno. Una volta chiusa la porta di casa, tutto ciò che apparteneva a quell'esperienza viene lentamente spostato nell'archivio dei ricordi.

Ci rimangono le fotografie, i bei ricordi, le risate a profusione e il numero di quei vicini di tavolo con cui abbiamo riso così tanto. Magari resta anche qualche souvenir comprato in aeroporto all'ultimo momento, ma il viaggio, nella nostra testa, è terminato.

Eppure la realtà, ogni tanto, decide di ricordarci che non sempre funziona così.

Quando il viaggio continua senza di noi

Quella domanda ha continuato a girarmi in testa per tutta la giornata. Non tanto per Capo Verde, né per la Shigella o per i dettagli dell'indagine, ma per un motivo molto più semplice. Stavo osservando lo stesso meccanismo mentale che avevo già visto molte altre volte nel corso della mia vita professionale e che insegno in ogni mio corso. Un meccanismo che ci porta a eliminare una possibilità non perché sia impossibile, ma semplicemente perché non ci sembra più attuale.

Ed è stato proprio in quel momento che mi è tornata in mente una storia molto più vecchia.

Una storia che, probabilmente, avevo archiviato anch'io nello stesso cassetto mentale in cui tendiamo a mettere tutto ciò che appartiene al passato.

Anni fa un mio collega del 9° Reggimento d'Assalto Paracadutisti "Col Moschin" partecipò a una missione in Ruanda. Durante quell'operazione il personale italiano operò in condizioni estremamente difficili, tra evacuazioni, emergenze umanitarie e una situazione sanitaria che già all'epoca rappresentava un rischio concreto per chi si trovava sul terreno.

Dopo il rientro in Italia iniziò a sentirsi poco bene.

Quella fu la prima volta che sperimentai in prima persona quella buona prassi che oggi dovrebbe essere insegnata a tutti i viaggiatori, ma ci arriveremo tra poco.

All'inizio sembrava influenza, o almeno questo era ciò di cui lui stesso si era convinto; in realtà era malaria, ed anche una forma particolarmente aggressiva. Morì pochi giorni dopo.

La parte più interessante di questa storia non è però la malaria. Non è nemmeno il fatto che fosse stata contratta durante una missione in Africa.

La parte interessante è che più persone gli suggerirono di farsi controllare, ma lui era convinto che si trattasse di una semplice influenza.

E questo è un altro meccanismo interessante che tutti sottovalutano.

Quando una spiegazione ci appare sufficientemente plausibile, tendiamo ad aggrapparci a quella. Non perché siamo irresponsabili o incompetenti, ma perché il nostro cervello preferisce quasi sempre la spiegazione più semplice e più familiare.

Conoscere non significa avere paura

Chi legge potrebbe pensare che raccontare storie come questa o quella dei turisti di Capo Verde significhi voler generare preoccupazione. In realtà è vero l'esatto contrario.

In oltre trent'anni trascorsi tra sicurezza, formazione e ambienti complessi ho imparato che la paura nasce quasi sempre dall'ignoranza, mentre la consapevolezza nasce dalle informazioni. E se informare significa talvolta raccontare storie finite male, allora vale la pena farlo, perché spesso è proprio da quelle storie che nascono le lezioni più utili.

Ripensandoci oggi, credo che quella vicenda mi abbia insegnato una lezione che va ben oltre la malaria o il Ruanda.

Mi ha insegnato che esiste una differenza enorme tra conoscere un rischio e riconoscerlo quando si presenta.

Prima di partire per un viaggio, soprattutto verso destinazioni lontane o caratterizzate da condizioni ambientali, sanitarie o climatiche differenti da quelle a cui siamo abituati, non è necessario trasformarsi in ricercatori, epidemiologi o esperti di medicina tropicale. Nessuno pretende che un turista o un dipendente in trasferta studi per settimane ogni possibile malattia presente nel Paese che visiterà.

L'obiettivo è molto più semplice e molto più pratico.

Bisognerebbe sapere quali siano le problematiche sanitarie più rilevanti della destinazione, come si manifestano e quali sintomi potrebbero comparire durante o dopo il viaggio. Non per vivere la vacanza con ansia, né per trasformare ogni mal di testa in una corsa al pronto soccorso, ma per avere un riferimento mentale nel caso qualcosa non vada come previsto.

In altre parole, non serve sapere tutto. Serve sapere cosa osservare.

La buona prassi che quasi nessuno applica

Se sto partendo per una zona dove la malaria è presente, sapere che febbre, brividi, stanchezza o sintomi simil-influenzali potrebbero richiedere attenzione non mi rende più vulnerabile. Mi rende semplicemente più preparato.

Allo stesso modo, se una determinata destinazione presenta problematiche legate all'acqua, all'igiene alimentare o a particolari infezioni gastrointestinali, conoscere i segnali più comuni non serve a spaventarmi, ma ad aiutarmi a interpretare correttamente ciò che potrebbe accadere in seguito.

Ed è qui che entra in gioco quella buona prassi che raramente viene insegnata e ancora più raramente applicata.

Quando il viaggio finisce, il viaggio non dovrebbe essere immediatamente cancellato dalla nostra memoria operativa.

Se compare un sintomo, se nasce un dubbio, se ci troviamo davanti a un medico, una delle prime informazioni da condividere dovrebbe essere proprio quella che spesso dimentichiamo di raccontare: dove siamo stati.

Può sembrare una banalità.

Spesso non lo è.

Per un medico, sapere che una persona è appena rientrata dalla Scandinavia o dall'Africa Centrale può cambiare completamente il modo in cui interpreta gli stessi identici sintomi.

Quella che per noi appare semplicemente come febbre, stanchezza o un disturbo intestinale può assumere significati completamente diversi quando viene inserita nel corretto contesto geografico e temporale.

Il rischio più pericoloso è quello che smettiamo di vedere

Ed è probabilmente questo il punto che accomuna la storia di Capo Verde, quella del mio collega e quella di moltissime altre persone: non tanto la natura della minaccia, quanto quel meccanismo mentale che tende sempre a farci sottostimare o addirittura eliminare i possibili problemi che potremmo incontrare anche in una delle più belle vacanze della nostra vita.

Quando un viaggio finisce, nella nostra mente finisce anche tutto ciò che associamo a quel viaggio e così, se qualche settimana dopo compare la febbre, pensiamo all'influenza; se compare un problema intestinale, pensiamo a una gastroenterite; se ci sentiamo stanchi, pensiamo allo stress, al lavoro, al cambio di stagione o semplicemente al fatto che non abbiamo più vent'anni.

Sono certamente tutte spiegazioni plausibili.

Ma è proprio la plausibilità a renderle così pericolose.

Se qualcuno tornato dal Ruanda avesse detto immediatamente "forse è malaria", sarebbe sembrato quasi paranoico. Se un turista appena rientrato da una vacanza al mare attribuisse ogni malessere a una contaminazione alimentare, penseremmo probabilmente che stia esagerando. Eppure è proprio questo il paradosso: le spiegazioni sbagliate raramente sono assurde. Di solito sono credibili. Ed è proprio la loro credibilità a renderle pericolose.

Forse è anche per questo che molte persone dedicano più tempo alla scelta della valigia perfetta che a comprendere quali siano i principali rischi sanitari presenti nella destinazione verso cui stanno viaggiando.

Oltre il terrorismo, oltre la criminalità

Se un terrorista, un criminale o una situazione di instabilità politica in un Paese dichiaratamente ostile sono facili da immaginare, una contaminazione alimentare, una zanzara o un batterio in una splendida località turistica non lo sono affatto.

Eppure, come insegnavano Merlino e Maga Magò in un vecchio film Disney, non sempre il nemico più fastidioso è il più grande.

A volte è il più piccolo.

Così piccolo da risultare invisibile.

Ed è probabilmente per questo che la Travel Security, troppo spesso associata esclusivamente a terrorismo, criminalità o ambienti ostili, dovrebbe essere considerata per ciò che realmente è: gestione del rischio.

La responsabilità delle aziende

Per le aziende questa riflessione assume un significato ancora più importante.

Quando un'organizzazione invia personale all'estero, la responsabilità non termina con la prenotazione di un volo, con una polizza assicurativa o con la consegna di un numero di emergenza. Preparare una persona a comprendere il contesto in cui opererà significa anche aiutarla a riconoscere rischi meno evidenti ma spesso molto più probabili, a prepararla e a informarla sulle dovute verifiche da fare prima e dopo il viaggio.

Ed è così che emerge la differenza tra una vera formazione e quei corsi costruiti copiando informazioni da Internet semplicemente per smarcare una casella sul calendario aziendale.

Una buona formazione non serve a trasformare le persone in medici, epidemiologi, specialisti di malattie tropicali o esperti di sicurezza. Serve a fare qualcosa di molto più semplice e molto più utile: modificare il modo in cui osserviamo la realtà. Serve a insegnarci quali domande porci prima di partire, quali informazioni vale la pena conservare durante il viaggio e quali dettagli non dovrebbero essere ignorati una volta tornati a casa. Che si tratti di scegliere un hotel, valutare una destinazione, comprendere un rischio sanitario o affrontare una situazione imprevista, il principio rimane sempre lo stesso: non sapere tutto, ma sapere cosa osservare.

Quando pensiamo che la storia sia finita

Perché, in fondo, la lezione che emerge sia dalla storia di Capo Verde sia da quella del mio collega è sorprendentemente semplice.

Il viaggio non termina necessariamente quando l'aereo atterra.

A volte la parte più importante della storia comincia proprio quando pensiamo che sia già finita.

Fonti utilizzate e approfondimenti consigliati

Nessuna di queste fonti deve essere utilizzata per creare allarmismo o trasformare una vacanza in un esercizio di paranoia. Il loro scopo è molto più semplice: aiutare il viaggiatore a comprendere il contesto in cui si muove e a riconoscere più rapidamente eventuali problemi, prima che siano loro a riconoscere lui.

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