Il terrorismo non è morto. Sta imparando.
Come radicalizzazione, tecnologia e capacità operative stanno ridefinendo la guerra asimmetrica. Il terrorismo non è morto. Si è adattato. Dalle grandi organizzazioni terroristiche agli attori isolati radicalizzati online, fino all'emergere di droni autonomi, intelligenza artificiale e capacità operative sempre più accessibili. Un'analisi su come radicalizzazione, tecnologia e guerra asimmetrica stiano evolvendo e su quali sfide potrebbero attendere il mondo della sicurezza nei prossimi anni.
TERRORISMOSICUREZZAMINACCE EMERGENTIGEOPOLITICATECNOLOGIA
Danilo Amelotti
6/20/20269 min leggere


Come radicalizzazione, tecnologia e capacità operative stanno ridefinendo la guerra asimmetrica
Il terrorismo come forma di adattamento
Quando si parla di terrorismo, la maggior parte delle persone tende a pensare a organizzazioni. Al-Qaeda. ISIS. Le Brigate Rosse. L'IRA. Nomi, simboli, leader e ideologie che hanno occupato per anni le prime pagine dei giornali e che hanno finito per diventare, nell'immaginario collettivo, sinonimo stesso di terrorismo. Eppure, osservando il fenomeno con una prospettiva più ampia, emerge una realtà diversa. Le organizzazioni nascono, crescono, si trasformano e spesso scompaiono. Il terrorismo, invece, continua ad esistere.
Questo accade perché il terrorismo non è, prima di tutto, un'organizzazione. È una forma di guerra asimmetrica. È uno strumento utilizzato da chi non possiede la capacità di affrontare frontalmente un avversario più forte e cerca quindi di ottenere un effetto psicologico, sociale o politico sproporzionato rispetto alle risorse impiegate. Il terrorismo non ha mai avuto come obiettivo principale la conquista di territori o la distruzione di eserciti. Il suo vero obiettivo è sempre stato influenzare il comportamento delle persone, dei governi e delle società.
Per gran parte della storia recente, ottenere questo risultato richiedeva strutture complesse. Servivano uomini, denaro, logistica, documenti falsi, addestramento, basi sicure, canali di comunicazione e una rete clandestina in grado di sostenere ogni fase della pianificazione. Anche gli attentati suicidi, che spesso vengono percepiti come una forma di attacco relativamente semplice, richiedevano in realtà una notevole capacità organizzativa. Non bastava costruire un ordigno. Occorreva individuare persone disposte a sacrificare la propria vita, radicalizzarle, addestrarle, proteggerle durante il percorso e accompagnarle fino all'obiettivo.
Dietro gli attentati che hanno segnato la memoria collettiva occidentale, dall'11 settembre a Madrid, da Londra al Bataclan, esistevano organizzazioni capaci di trasformare risorse, pianificazione e coordinamento in capacità operativa.
Negli ultimi vent'anni, tuttavia, abbiamo assistito a un cambiamento significativo sia nel modus operandi sia nella strategia complessiva del fenomeno terroristico.
Le organizzazioni terroristiche non sono scomparse, e sarebbe ingenuo affermare il contrario. Tuttavia, non operano più con la stessa libertà e facilità con cui operavano negli anni Novanta o nei primi anni Duemila. La cooperazione internazionale tra servizi di intelligence è aumentata, i flussi finanziari vengono monitorati con maggiore attenzione, le comunicazioni lasciano tracce digitali, gli spostamenti internazionali sono più difficili da occultare e le capacità investigative hanno raggiunto livelli impensabili soltanto pochi decenni fa.
E nonostante tutto questo, nessuna di queste misure ha eliminato il terrorismo. Hanno però contribuito ad aumentare significativamente il costo organizzativo e procedurale necessario per portare a termine un attacco complesso.
E nel gioco perenne della guerra, del commercio e dello sviluppo, quando il costo di una determinata attività aumenta, quella stessa attività tende inevitabilmente a cercare un modo per adattarsi, contrastare la novità e mantenere la propria efficacia.
Osservando l'evoluzione degli ultimi anni emerge quindi una trasformazione interessante. Mentre gli attacchi complessi e coordinati diventano progressivamente più difficili da realizzare, un modello che sfrutta strumenti sempre più semplici sembra essersi affermato come nuova forma di adattamento.
Ed ecco che veicoli utilizzati come armi, camion o automobili lanciati sulla folla, aggressioni con coltelli e attori isolati che agiscono senza una struttura organizzativa evidente alle spalle hanno progressivamente guadagnato spazio.
Il punto è che questi strumenti non sono necessariamente più efficaci in termini di numero complessivo di vittime. Sono però molto più semplici da utilizzare e, in definitiva, consentono comunque di raggiungere l'obiettivo desiderato, richiedendo meno persone, meno comunicazioni, meno pianificazione e offrendo molte meno opportunità alle forze dell'ordine e ai servizi di intelligence per individuare segnali premonitori.
Possiamo quindi affermare senza particolari esitazioni che il terrorismo non è scomparso. Ha semplicemente iniziato ad adattarsi all'ambiente.
La radicalizzazione senza organizzazione
Alla luce di questa considerazione possiamo ora osservare un secondo cambiamento, forse meno evidente ma non per questo meno importante, che si sta sviluppando parallelamente al primo.
Per decenni la radicalizzazione ha richiesto contatti personali, reclutatori, incontri clandestini, luoghi fisici nei quali costruire appartenenza, identità e motivazione. In altre parole, richiedeva tempo, personale, risorse e denaro.
Oggi una parte crescente di questo processo avviene attraverso il web e i social media. Grazie alla logica algoritmica che tende ad aggregare persone con interessi, convinzioni e visioni del mondo simili, si creano ecosistemi informativi nei quali le idee vengono continuamente rafforzate e raramente messe in discussione.
Non è più necessario entrare direttamente in contatto con le persone, convogliarle verso centri di radicalizzazione o investire in lunghi percorsi di addestramento. Non è nemmeno necessario sapere chi verrà radicalizzato. È sufficiente diffondere continuamente messaggi, contenuti, narrazioni e propaganda sapendo che, statisticamente, qualcuno completerà il percorso autonomamente.
Se osserviamo molti degli episodi che hanno colpito l'Europa negli ultimi anni emerge un elemento ricorrente. Sempre più spesso gli autori vengono descritti come individui isolati, soggetti disturbati o persone che hanno agito da sole e, in alcuni casi, questa definizione è probabilmente corretta. In altri, tuttavia, la distinzione diventa molto più sfumata.
Berlino, Mannheim, Solingen, fino ad arrivare a episodi più recenti verificatisi anche in Italia, mostrano come la radicalizzazione possa oggi svilupparsi senza la necessità di un collegamento operativo diretto con una struttura terroristica tradizionale. L'organizzazione può essere assente, ma l'influenza ideologica, la narrativa e il processo di radicalizzazione possono essere presenti eccome.
Se volessimo riassumere il concetto con un'immagine semplice, potremmo immaginare qualcuno che sparge migliaia di semi da un aereo senza sapere esattamente dove attecchiranno, ma con la certezza che alcuni di essi troveranno terreno fertile.
In definitiva, negli ultimi vent'anni abbiamo assistito a due evoluzioni parallele che raramente vengono osservate insieme. Da una parte la radicalizzazione è diventata sempre meno dipendente dalle organizzazioni e sempre più legata a contenuti distribuiti attraverso Internet e i social media. Dall'altra, le capacità operative stanno diventando sempre meno dipendenti da grandi strutture e sempre più accessibili grazie alla tecnologia.
Se la prima evoluzione riguarda la capacità di influenzare le persone, la seconda riguarda la capacità di agire sul mondo fisico.
E l'incrocio di queste due evoluzioni sta già mettendo nuovamente a dura prova la nostra capacità di contrasto e di prevenzione.
La rivoluzione silenziosa dei campi di battaglia
Se c'è una lezione che gli ultimi anni sembrano averci insegnato, è che l'adattamento rappresenta una delle forze più potenti nei fenomeni umani. Lo abbiamo visto nelle organizzazioni, nelle strategie e perfino nei processi di radicalizzazione. Ma l'adattamento non riguarda soltanto gli uomini. Riguarda anche gli strumenti.
Ed è proprio negli strumenti che, negli ultimi anni, è avvenuta una trasformazione che potrebbe avere conseguenze ben oltre i confini dei campi di battaglia.
Per comprenderne la portata è sufficiente osservare ciò che sta accadendo oggi in Ucraina.
Molto probabilmente, quando tra venti o trent'anni gli storici militari analizzeranno il conflitto russo-ucraino, non si concentreranno esclusivamente sulle operazioni militari, sui movimenti delle truppe o sulle decisioni politiche. Ricorderanno questo conflitto principalmente per un'altra ragione: essere diventato il più grande laboratorio di innovazione militare degli ultimi decenni.
Ogni guerra accelera il cambiamento. Lo ha fatto la Prima Guerra Mondiale con l'aviazione, la Seconda Guerra Mondiale con il radar e i missili, la Guerra Fredda con lo spazio e l'elettronica. Oggi stiamo osservando un'accelerazione simile nel campo dei sistemi autonomi, dei droni, dell'intelligenza artificiale e dell'integrazione tra tecnologie che fino a pochi anni fa esistevano separatamente.
Sarebbe però un errore concentrarsi esclusivamente sui singoli strumenti, in quanto il vero cambiamento non riguarda semplicemente il drone, l'intelligenza artificiale o il software, bensì il rapporto tra costo e capacità.
Per decenni, colpire un obiettivo distante, raccogliere informazioni in profondità, osservare il nemico o portare a termine un'azione offensiva complessa richiedeva risorse significative. Servivano velivoli, missili, sistemi d'arma avanzati, strutture dedicate o personale altamente specializzato, in grado di infiltrarsi, raccogliere informazioni e operare dietro le linee nemiche; in altre parole, servivano grandi organizzazioni e grandi investimenti.
Quando la macchina sceglie il bersaglio
Oggi stiamo osservando qualcosa di diverso.
Sempre più spesso capacità che un tempo erano riservate a pochi soggetti stanno diventando accessibili a costi enormemente inferiori.
Uno degli esempi più interessanti di questa trasformazione è emerso proprio dal conflitto ucraino. Nel corso del 2026 il dibattito internazionale è stato scosso dalle dichiarazioni di Alexander Kokhanovskyy [1], sviluppatore ucraino di droni, secondo il quale già nel 2024 dieci velivoli autonomi sarebbero stati impiegati nell'area di Bakhmut con il compito di individuare e colpire autonomamente i bersagli presenti all'interno di una determinata area operativa. La particolarità del sistema non risiedeva nel drone stesso, ma nel modo in cui veniva impiegato. Secondo quanto dichiarato dallo stesso sviluppatore, una volta lanciato il sistema non trasmetteva immagini, non riceveva ordini e non consentiva alcun intervento umano durante la fase finale della missione.
Tradizionalmente è l'operatore a pilotare il velivolo, individuare un bersaglio, seguirlo e prendere la decisione finale di attaccarlo. In questo caso, invece, all'operatore viene assegnato un ruolo molto diverso. Egli definisce un'area d'impiego e una missione, ma non necessariamente uno specifico bersaglio. È poi il sistema autonomo che, una volta raggiunta la zona assegnata, identifica i possibili obiettivi, li valuta secondo i parametri ricevuti e decide autonomamente quale colpire.
Se a molti questa differenza può sembrare sottile, in realtà è enorme. Non stiamo più parlando di una persona che utilizza uno strumento per colpire un bersaglio specifico. Non stiamo nemmeno parlando di un missile che possiede un obiettivo preciso e rimane comunque legato alla decisione umana che ne ha autorizzato il lancio. Stiamo parlando di uno strumento che riceve un compito generale e decide autonomamente come portarlo a termine.
Al di là delle inevitabili discussioni etiche, giuridiche e morali, il punto centrale è comunque un altro.
Per decenni ci siamo chiesti cosa potesse fare un uomo utilizzando una determinata tecnologia.
Oggi stiamo iniziando a chiederci cosa possa fare una tecnologia con una supervisione umana sempre più ridotta o addirittura assente.
Questo rappresenta una delle trasformazioni più profonde che il mondo militare, e più in generale il settore della sicurezza, abbia osservato negli ultimi anni.
Dalla fantascienza alla realtà
Chi segue da tempo il dibattito sui sistemi autonomi potrebbe ricordare un breve filmato pubblicato diversi anni fa e divenuto rapidamente virale. Il suo titolo era Slaughterbots [2]. Nel video veniva immaginato un futuro nel quale piccoli droni autonomi, dotati di capacità di riconoscimento facciale e selezione automatica dei bersagli, venivano utilizzati per eliminare individui specifici senza la necessità di un operatore umano diretto.
All'epoca molti considerarono quel filmato una provocazione, una distopia tecnologica costruita per alimentare il dibattito sull'intelligenza artificiale applicata ai sistemi d'arma. E probabilmente lo era.
Ma proprio analizzando quel video, il periodo in cui è stato realizzato e il tempo intercorso fino ad oggi, è interessante osservare quanto rapidamente alcune delle capacità che allora apparivano fantascientifiche, a tratti distopiche e volutamente provocatorie, abbiano iniziato a comparire nella realtà operativa. Non necessariamente nella forma estrema immaginata dagli autori del video e non attraverso sciami di microdroni assassini, ma comunque attraverso sistemi autonomi, algoritmi di riconoscimento, droni e piattaforme che, mentre riducono progressivamente la necessità di un intervento umano diretto, hanno già dimostrato di essere capaci di missioni autonome ed efficaci.
Per questo motivo il valore di quel filmato non risiede nella sua accuratezza tecnica, bensì nel fatto che dimostra come osservare una traiettoria evolutiva prima che diventi realtà non sia esercizio di fantasia, ma una delle attività fondamentali di chi si occupa di sicurezza, intelligence e pianificazione strategica.
La questione non è che la fantascienza sia diventata realtà, bensì è la velocità con cui lo è diventata.
E questa, tuttavia, è soltanto una parte del cambiamento.
L'altra riguarda la progressiva democratizzazione della capacità operativa.
La democratizzazione della capacità operativa
Nel corso del conflitto ucraino abbiamo visto comparire sistemi che fino a pochi anni fa avrebbero richiesto strutture industriali dedicate e investimenti significativi non solo per essere progettati, ma anche per essere concretamente prodotti e industrializzati. Oggi osserviamo droni assemblati con componenti commerciali nella cantina di un panettiere, sistemi sviluppati utilizzando stampanti 3D e tecnologie che oggi possono essere impiegate anche da utenti con competenze tecniche relativamente modeste, sensori miniaturizzati acquistabili sul mercato civile e software disponibili a costi estremamente contenuti.
Per comprendere meglio il fenomeno, un esempio particolarmente interessante è rappresentato dalla recente comparsa della mina antiuomo russa "Skif"[3]. La stessa è progettata per essere distribuita tramite drone, rilasciata sul terreno e attivata in autonomia, con addirittura un sistema di autodistruzione temporizzato. Al di là delle sue caratteristiche tecniche, che richiederebbero un articolo dedicato e che non rappresentano il vero tema della nostra analisi, ciò che colpisce è la semplicità dell'intero sistema. Strutture stampate in 3D, elettronica compatta, sensori e logiche di funzionamento che fino a pochi anni fa sarebbero state associate a programmi molto più complessi e costosi.
La Skif non è quindi importante per ciò che è, bensì per ciò che rappresenta. Una tendenza, ovvero la riduzione continua della distanza tra intenzione, tecnologia e capacità.
Ed è proprio qui che il ragionamento torna inevitabilmente al punto di partenza di questo articolo.
La terza evoluzione
Nelle pagine precedenti abbiamo osservato come il terrorismo sia stato capace di adattarsi alle contromisure sviluppate dagli Stati, modificando progressivamente sia le proprie modalità operative sia i processi di radicalizzazione. Abbiamo visto come la radicalizzazione sia diventata sempre meno dipendente da strutture fisiche e sempre più distribuita all'interno dell'ecosistema digitale. Abbiamo infine osservato come le capacità operative che un tempo richiedevano organizzazioni complesse, risorse significative e competenze altamente specializzate stiano progressivamente diventando più economiche, più accessibili e, in alcuni casi, sempre più autonome.
Presi singolarmente, questi fenomeni sono già significativi, ma è quando li osserviamo insieme che iniziano a delineare una traiettoria che chi si occupa di sicurezza non può permettersi di ignorare.
Infatti, se l'incontro tra l'evoluzione del terrorismo e la decentralizzazione della radicalizzazione ha già contribuito a ridefinire il panorama della sicurezza degli ultimi vent'anni, l'emergere di un terzo elemento — la progressiva democratizzazione delle capacità operative — potrebbe accelerare ulteriormente dinamiche che oggi stiamo appena iniziando a intravedere.
Ed è probabilmente questo il punto più importante dell'intera analisi.
Perché il problema non è stabilire se queste tecnologie possano essere utilizzate per finalità criminali, terroristiche o destabilizzanti. La storia dell'innovazione dimostra che ogni tecnologia sufficientemente utile, efficace e accessibile tende prima o poi a diffondersi ben oltre il contesto per il quale era stata originariamente sviluppata.
La vera domanda è un'altra.
Se oggi siamo in grado di osservare queste traiettorie evolutive mentre si stanno formando, saremo capaci di sviluppare fin da ora strumenti di prevenzione, controllo e contenimento adeguati? Oppure faremo ciò che troppo spesso accade nel settore della sicurezza, aspettando che l'inevitabile si manifesti per poi iniziare a cercare una soluzione?
Perché la storia ci insegna che il problema non è quasi mai la tecnologia.
Il problema è il giorno in cui qualcuno decide di usarla in un modo che nessuno aveva previsto.
Fonti e riferimenti
[1] Matthew Sparkes, Fully autonomous drones have killed human soldiers for the first time, New Scientist, 2026.
https://www.newscientist.com
[2] Future of Life Institute – Slaughterbots (2017)
https://www.youtube.com/watch?v=HipTO_7mUOw
Approfondimento:
https://futureoflife.org/project/autonomous-weapons-systems/
[3] Seán Moorhouse – Analisi OSINT sulla mina antiuomo "Skif" e sui sistemi distribuiti tramite drone.
https://www.linkedin.com/posts/se%C3%A1n-moorhouse-b037562_ukrainewar-osint-eod-ugcPost-7473487545671172097-SEwv/
Contattami
info@adbusinesses.com
+491775000616


